L’Orso Speleo dei Covoli di Velo

scheletro_ursus_spelaeuscranio_di_ursus_spelaeusAlla fine degli anni ’50 Attilio Benetti, insieme ad altri speleologi veronesi, all’interno della Grotta Inferiore dei Covoli di Velo, individuò un passaggio che sembrava portare a una prosecuzione inesplorata. Era però necessario asportare molta argilla per riuscire a rendere la strettoia agibile a un uomo.
Venne così effettuato uno scavo che portò in seguito alla scoperta del nuovo settore delle grotte, fino all’androne  terminale. In mezzo all’argilla che venne rimossa per rendere il passaggio agibile vennero rinvenute numerose ossa di orso delle caverne (Ursus Spelaeus), che andavano a formare uno scheletro quasi intero di questo grande plantigrado estintosi alla fine dell’ultima età glaciale.

Le ossa, ad esclusione di un cranio che già faceva mostra di sé nello storico museo del Benetti, rimasero dimenticate in una soffitta, e solo dopo quasi cinquant’anni sono state restaurate e catalogate.
Il sogno di riuscire a ricostruire uno scheletro di orso speleo completo articolando tutti i reperti in connessione anatomica lo coltivavamo già da parecchi anni, insieme con “il ursus_spelaeus_dimensioniTilio”. L’occasione giusta si è presentata all’inizio del 2009 quando, con l’Ente Parco, abbiamo cominciato a studiare una possibile nuova sezione espositiva del museo.
Il restauro e la ricostruzione dello scheletro di Ursus spelaeus è stata quindi affidata al Dr. Paolo Reggiani e al suo laboratorio “Paleostudy”, coadiuvato dai volontari dell’Associazione Museo dei Fossili della Lessinia. In seguito alla scelta e al restauro dei singoli reperti si è passati alla progettazione di una struttura che permettesse il montaggio in connessione anatomica dell’intero scheletro. Si è scelto un metodo non invasivo, dove nessun reperto è stato modificato per poterlo agganciare alla struttura stessa, che ha previsto la montatura di una struttura metallica complessa. Si è deciso inoltre di montare lo scheletro in posizione eretta, atteggiamento che gli orsi adottano in caso di difesa o intimidazione.
Alla fine lo scheletro raggiunge un’altezza di 2,30 m, ed è praticamente completo (mancano solo un radio e un perone) e in ottimo stato di conservazione.
Sicuramente uno degli scheletri di orso di orso delle caverne meglio conservati e più spettacolari delle collezioni museali italiane.


Un po’ di informazioni sull’Ursus Spelaeus in generale
L'ORSO DELLE CAVERNE (Ursus spelaeus)
LA CARTA D'IDENTITA'
Cognome, nome e data di battesimo
Ursus spelaeus Rosenmüller & Heinroth 1794.
Distribuzione paleogeografica
E' una specie diffusa quasi esclusivamente in Europa. Solo un piccolo lembo del suo areale penetra in Asia. Numerosi sono i giacimenti in Italia, lungo l'arco alpino (Piemonte, Lombardia, Trentino, Veneto, Friuli Venezia Giulia).
Età
Comparve circa 300.000 anni fa e si estinse circa 18.000 anni fa, alla fine dell'ultima grande espansione glaciale (Würm). La sua estinzione viene attribuita, in parte, ai cambiamenti ambientali che caratterizzarono l'ultima epoca glaciale ma, anche, alla competizione con l'Uomo (caccia ed occupazione di un riparo naturale).
Dimensioni
Aveva dimensioni maggiori dell'attuale Grizzly (orso grigio). Un maschio adulto di Ursus spelaeus poteva superare i 450 kg e raggiungere in elevazione i 4 m di altezza. Le femmine erano molto più piccole.
Dieta ed abitudini
La forma ed il tipo di usura dei denti fa presupporre una dieta principalmente vegetariana. Nei mesi primaverili ed in estate le femmine con i cuccioli, ed i maschi da soli, andavano alla ricerca di cibo. Trascorrevano i mesi invernali all'interno delle grotte. Durante il periodo invernale, l'Ursus spelaeus si nutriva con le riserve di grasso accumulato. Il periodo del letargo era un momento molto critico per l'orso delle caverne. Infatti, una volta terminate le riserve di grasso poteva soccombere con una certa facilità. Per questo motivo, gli studiosi ritengono che i reperti trovati nelle grotte siano i resti di individui morti durante l'inverno.

LA STORIA DEI COVOLI DI VELO
Il sistema carsico dei Covoli di Velo (Comune di Velo V.se - VR) è formato da tre cavità principali ("Grotta superiore", "Grotta inferiore" o "Grotta dell'orso" e "Covolo dell'Acqua"). Questo complesso di cavità, è stato oggetto di interesse da parte di numerosi naturalisti veronesi fin dalla fine del XVIII secolo. Le prime notizie sui Covoli di Velo risalgono al 1786 e sono dell'abate Fortis. L'abate, espresse l'opinione che le ossa rinvenute all'interno di queste cavità altro non fossero che resti di "anfibj", simili alle foche. Pochi anni dopo, nel 1796, Serafino Volta, dimostrò come queste ossa appartenessero a resti di animali terrestri.

Dopo il Volta nessun altro naturalista si interessò di queste caverne fino al 1844, quando Catullo visitò le grotte e pubblicò un lavoro in cui descrisse la "Grotta superiore", sottolineando l'abbondanza di resti ossei in essa rinvenuti.

Successivamente, nel 1851, Abramo Massalongo studiò con grande cura i reperti dei Covoli di Velo. Più tardi, nel 1875, Giorgio Omboni, in una importante opera descrive ed illustra i più significativi reperti paleontologici (ossa) e preistorici (selci lavorate, ceramiche, ecc.) rinvenuti in queste cavità. Mentre i naturalisti recuperavano per studio il prezioso materiale proveniente dai Covoli di Velo, la popolazione locale traeva profitto vendendo i sedimenti come terriccio e, le ossa integre o triturate, come ottimi fertilizzanti. La frequenza degli scavi avvenuti in passato, ma anche quelli abusivi più recenti, ha fatto presupporre che il giacimento dei Covoli di Velo fosse irrimediabilmente compromesso. In realtà, a partire dal 2001 il Museo Civico di Storia Naturale di Verona ha avviato una serie di campagne di scavo all'interno della "Grotta inferiore" che hanno portato al rinvenimento di alcune migliaia di reperti ossei, appartenenti prevalentemente all'Ursus spelaeus.


CURIOSITA’
Le campagne di scavo paleontologico effettuate a partire dal 2001, hanno evidenziano come il sistema carsico dei Covoli di Velo risulti, non solo un importante sito paleontologico, ma anche un “contenitore di dati paleoambientali” che deve essere assolutamente tutelato e valorizzato. Molti di questi dati provengono dai recenti scavi paleontologici effettuati all’interno della “Grotta inferiore” dei Covoli di Velo.

Gli oltre 3000 reperti rinvenuti e determinati in queste campagne di scavo danno un’idea della ricchezza di questo giacimento fossilifero. Allo stato attuale delle ricerche sappiamo che nei livelli fin’ora scavati sono stati rinvenuti resti appartenenti a oltre 70 esemplari di Ursus spelaeus. Di questi, la maggior parte è costituita da cuccioli ed individui giovani. Scarsi sono gli adulti. Il rapporto tra adulti femmine e maschi è di 4:1. Questo fatto può essere interpretato come prova dell’esistenza di cavità prevalentemente frequentate da femmine con i cuccioli ed altre dai maschi, molto pericolosi per i piccoli come succede oggi tra gli orsi bruni. Infatti, durante il periodo freddo, al riparo nelle grotte, le femmine partorivano e necessitavano di tranquillità per allattare la prole. Secondo alcuni Autori, i maschi preferivano grandi cavità dove si ritrovavano più individui, mentre le femmine prediligevano cavità piccole e riparate, più sicure per i piccoli.

Non rara la presenza sulle ossa recuperate di tracce di morsi attribuibili ad altri orsi (punctures). Non si può determinare se si trattasse di attività di cannibalismo poiché nessuna delle ferite presenta tracce di guarigione, che starebbero ad indicare un’aggressione. Inoltre, su alcune mandibole sono state osservate tracce di lesioni patologiche costituite da ascessi e da carie. Queste patologie non rappresentano la causa primaria della morte di tali animali, ma possono rappresentare una causa indiretta, rendendo assai difficile la masticazione e conseguentemente determinando una sottoalimentazione in vista del letargo invernale.

  • Testo di Francesco Sauro

Gruppi Organizzatori


Centro Speleologico "Mario Cargnel" Gruppo Grotte Falchi - Verona crn

Chi è online

 1 visitatore online